YAKOVLEV YAK-38
Hobby Boss, 1/48
Qualche nota storica
Sin dagli anni ‘50 divenne chiaro, dopo l’introduzione dei missili balistici lanciati da sottomarini, che il raggio d’azione delle navi, per potere intercettare e distruggere tale nuova minaccia doveva essere ampliato. Lo strumento ideale era, naturalmente, la portaerei di cui, però, l’Unione Sovietica era priva.

La copertina del kit.
Al problema si cercò di ovviare con la costruzione di moderne unità portaelicotteri, approfondendo il concetto di aereo a decollo verticale. L’idea non era una novità assoluta per i sovietici che, tra l’altro, misero anche a punto, dal 1967, una variante VTOL del Mig-21 e del Mig-23, noti con il suffisso ‘PD’. Il punto di svolta lo si ebbe tuttavia con il lavoro portato avanti dallo
Yakovlev Design Bureau sul velivolo
Yak-36 Freehand VTOL, che contribuì a trasformare questo concetto in realtà. Oggi, lo Yak-36 è universalmente considerato come uno dei più brutti aerei che abbiano mai volato; tuttavia, è stato sempre considerato dal costruttore come un mero dimostratore tecnologico, compito che assolse bene.
Una volta stabilità la fattibilità del concetto, il programma proseguì con una riprogettazione del velivolo realizzando lo Yak-36M (il suffisso "M" sta per "modernizerovannyy" o aggiornato) che rivelava già una sorprendente somiglianza con quello che sarebbe divenuto poi lo
Yak-38 con un design più elegante e moderno (lo Yak-38 era, con molto ottimismo, inizialmente previsto per avere caratteristiche di volo supersonico).

Le istruzioni per la colorazione del modello.
Molti analisti hanno osservato una inquietante somiglianza con lo sfortunato, e ormai dimenticato
VAK-191 Strike Fighter VTOL, disegnato negli anni ’60 da
Kurt Tank, a noi meglio noto per essere il progettista del Fw.190. Il layout è, a dir poco, molto simile: prese laterali identiche, un unico motore e due piccoli motori per il decollo verticale. La somiglianza all’aereo tedesco, piuttosto che all’Hawker P.1127 da cui poi derivò l’Harrier, la si deve probabilmente al fatto che l'Unione Sovietica non ebbe accesso alla tecnologia per la produzione di un motore come il Rolls-Royce Pegasus, focalizzandosi così sul layout di un motore più conservatore. Il progetto finale consisteva in un aereo con una singola turbina Tumansky R-28 V-300 con due ugelli di spinta vettorizzati nella parte posteriore, e due motori turbojet Rybinsk RD-38 per il sollevamento, posti appena dietro la cabina di pilotaggio.
Purtroppo per lo Yak-38, questa disposizione, con il maggiore peso e le ali tozze, non era certo l’ideale per trasportare molto carburante. Il risultato finale fu un aereo con un raggio abbastanza limitato. Alcuni osservatori hanno affermato che se il Forger (Falsario, nella terminologia NATO) avesse dovuto decollare e atterrare verticalmente a pieno carico bellico, il tempo di volo massimo ad alta velocità non avrebbe superato il quarto d'ora, affermazione non lontana dal vero. A causa dei vincoli di peso, inoltre, lo Yak-38 non aveva un cannone interno. L’armamento era trasportato su quattro piloni subalari e uno ventrale per bombe a caduta libera, razzi, missili anti-nave e missili aria-aria.
Lo Yak-38 fece anche un'apparizione in Afghanistan nel maggio del 1980, nel quadro dell’operazione Romb, tesa a valutarne le capacità di supporto aereo in teatro bellico. Tuttavia, il suo raggio d’azione limitato, l’impossibilità di volare in condizioni “alto e caldo” e il modesto carico bellico hanno fortemente limitato la sua utilità mostrando, per contro, la netta superiorità dell’elicottero nelle missioni di attacco al suolo.
Il pericolo di utilizzare più motori per il volo verticale, inoltre, fa sì che il possibile blocco di uno di loro mandi rapidamente in stallo l’aereo. E' per questo motivo che lo Yak-38 usava un sistema automatico di espulsione che si attivava se il velivolo non era più in volo VTOL controllato. Anche con caratteristiche di sicurezza come questa, lo Yak-38 rimaneva comunque un aereo pericoloso da usare: abbondano, al riguardo, le storie di piloti che hanno dato le dimissioni dall’addestramento al volo con il Forger o che si finsero malati per evitare di avere a che fare con quella che definivano una trappola mortale. Di vero vi è senz’altro la lettera di protesta scritta al Comitato Centrale del PCUS da una dozzina di piloti di Forger, che si lamentavano del pericolo rappresentato dall’aereo. A quanto pare furono tutti pesantemente puniti, e lo Yak 38 rimase in servizio.

Il foglio delle decals.
Ad ogni modo lo Yak-38 iniziò ad operare per la flotta sovietica sulla SNS Kiev nel mese di luglio 1976, mentre la sua ultima missione è avvenuta nel luglio 1991, dopo l’ennesimo grave incidente. Quindici anni di servizio in tutto, con un rateo di perdite del 15,6%. Quello dell’Harrier, per confronto, è del 5,81% in 42 anni di servizio, escluse le perdite in combattimento. Anche per l’aereo occidentale si tratta comunque sempre di un tasso doppio rispetto a qualsiasi altro aereo da combattimento moderno, a testimonianza dei rischi derivanti da un sistema di propulsione così particolare. I Forger sopravvissuti sono stati perciò messi a terra prima di essere avviati alla demolizione o destinati ai musei – se ne contano ben 27 in esposizione- mentre il suo successore, lo Yak 141, non ha avuto seguito.
Il Kit
Al di là delle valutazioni operative ed estetiche che ogni modellista può fare, rimane il fatto che un kit decente in scala 1/48 di questo aeroplano non era mai stato commercializzato. La cinese Hobby Boss viene quindi a colmare un vuoto sentito dagli appassionati di velivoli sovietici, sia pure con molte luci e qualche ombra, come vedremo.

Una delle ‘’stampate’’ del kit.
Aprendo la scatola ci si trova di fronte ad una serie di ottime stampate, tutte sigillate singolarmente in buste di plastica trasparente.
Sin dall’inizio appare evidente, dalla suddivisione tra fusoliera e muso, che nelle intenzioni della Hobby Boss alla scatola del monoposto potrebbe seguire anche quella del biposto, con una serie di pezzi per il doppio abitacolo stampati a parte. Tuttavia nella realtà anche la parte posteriore della fusoliera era stata modificata, allungandola per mantenere il centro di gravità identico. Ciò è particolarmente evidente anche per un osservatore distratto guardando delle immagini laterali dei due velivoli; speriamo quindi che il particolare non sfugga alla ditta cinese, anche se le immagini della box art della scatola dedicata alla versione da addestramento del Forger non lasciano purtroppo presagire nulla di buono. Il dettaglio superficiale del kit è comunque molto buono, e riporta incisi sia le linee di giunzione sia le rivettature, ove presenti. L’incastro è preciso, anche se il collegamento muso-fusoliera richiede una certa attenzione. Veramente buono il dettaglio dei pozzetti carrelli, dettagliato come un set in resina meglio non potrebbe fare, e buono anche l’abitacolo, con pareti laterali in rilievo e con il seggiolino scomposto in ben otto parti, mentre il pannello strumenti è riprodotto con una decal.
Il montaggio prosegue abbastanza spedito, con le ali di ottima fattura che si fissano alla fusoliera tramite due perni quadrati; questi ci sono sembrati un po’ poco, ragion per cui abbiamo deciso di aggiungere un altro perno di fissaggio al centro dello spessore delle ali. Queste sono scomposte in due pezzi, con la semiala inferiore che si incastra in quella superiore. L’estremità della parte inferiore è però un po’ troppo lunga, l’incastro non risulta perfetto ed è necessario ridurre un po’ la lunghezza del tutto per ottenere l’incollaggio corretto. E’ comunque anche possibile realizzare il velivolo con le ali ripiegate, tagliando queste ultime secondo le linee preincise del kit.
A questo scopo sono forniti due pezzi per il dettaglio interno delle ali in prossimità delle cerniere, anche se nulla viene detto nelle istruzioni su come fissare le semiali e a quale angolatura piegarle, né vi sono cerniere vere e proprie che permettano di fissare i pezzi tagliati. All’abilità del modellista nell’autocostruzione è lasciata perciò quest’ultima necessità, decisamente un grave difetto del kit.

Un’altra ‘’stampata’’ del kit.
I carrelli sono ottimi e solo l’aggiunta di un cavetto per simulare quello dei freni completerà il tutto.
Un po’ complicato, ma soddisfacente, l’assemblaggio degli ugelli di sostentamento/spinta posteriori, che consigliamo di dipingere prima dell’assemblaggio, mentre i vari portelli di accesso alle due turbine di sostentamento possono essere montati aperti o chiusi, con il portello superiore fornito con gli sportellini di alimentazione dell’aria sia chiusi che aperti.
Deludente invece il trasparente : perfetto come forma, trasparenza e spessore, fornito con tanto di imbottitura di protezione presenta purtroppo sul tettuccio una sottile ma visibilissima linea di stampaggio, assolutamente inesistente nella realtà. Qui i casi sono due : fare finta di niente e montare il modello com’è, confidando magari nella distrazione altrui, o intervenire limando il tutto e ripassando poi il trasparente con pasta abrasiva. Noi abbiamo optato per la seconda, e la pasta SBM ci è venuta in soccorso, ottenendo un ottimo risultato. Però è un peccato che un pezzo così importante sia stato rovinato dalla distrazione degli addetti alla realizzazione degli stampi.
Le versioni realizzabili sono comunque due: quella iniziale e la M, riconoscibile per le lunghe paratie sul dorso e sul ventre della fusoliera. L’armamento fornito è abbastanza completo: due pod per cannoni bicanna UPK-23, due razziere UB-16 e due UB-32 e due missili aria-aria R-60 da appendere ai quattro piloni subalari forniti nel kit. Manca quello ventrale, peraltro praticamente mai usato nella realtà.

I ‘’trasparenti’’ del kit.
Le istruzioni sono chiare e semplici e le decals di ottima fattura e molto complete con stencils e scritte di varie dimensioni che permettono di realizzare tre esemplari : il “28” blu e verde imbarcato, un esemplare a tre toni di verde e marrone usato in Afghanistan, codice “53” giallo e l’esemplare “88” giallo in due toni di grigio, l’ultima livrea indossata dal Forger prima della radiazione.
Di tutti gli esemplari un foglione a colori riporta i riferimenti coloristici delle maggiori ditte. A quanto abbiamo potuto constatare i riferimenti sono corretti e il lavoro del modellista viene quindi facilitato.
In definitiva, un buon kit, indubbiamente migliorabile con una certa dose di lavoro, e che copre una lacuna sentita dagli appassionati di velivoli sovietici. Il prezzo contenuto,
27,00 euro, è un altro aspetto positivo. Decisamente vale inoltre quanto abbiamo già scritto in altre occasioni: la supremazia giapponese in campo modellistico appare ormai compromessa e il testimone passato dalle mani nipponiche a quelle cinesi. Se i prezzi continueranno a rimanere così bassi sarà ben difficile rivedere Tamiya e Hasegawa dominare ancora sugli scaffali.
Luigi Carretta
PUBBLICATO IL 20 SETTEMBRE 2011