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  lunedì 27 gennaio 2020 I CARRI E I MEZZI MILITARI DAL 1940 AD OGGI * T-34/D30 122mm - Kit Rye Field Model, 1/35 Registrazione 
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AGGIORNATO IL10.11.2019

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 T-34/D30 122mm - Kit Rye Field Model, 1/35 Riduci

T-34/D30 122mm

Syrian Self-Propelled Howitzer
Rye Field Model, 1/35, n° cat. RM-5030


All’inizio degli anni ’70, nel tentativo di riutilizzare i vecchi carri ancora in organico, e contemporaneamente potenziare l’artiglieria campale, l’esercito siriano diede il via ad un programma di modifica dei T-34/85 in deposito, il cui valore bellico era ormai pressoché azzerato se confrontato con i moderni carri in dotazione all’IDF ma di cui gli scafi e apparati motori costituivano ancora delle piattaforme suscettibili di un proficuo utilizzo. Fu quindi deciso di procedere con una conversione domestica non troppo sofisticata, limitandosi innanzitutto alla eliminazione delle torrette di circa una trentina di carri T-34/85 di costruzione cecoslovacca e realizzando poi una rudimentale piattaforma appoggiata alla spessa piastra anteriore, su cui venne installato l’affusto e la canna dell’ottimo obice sovietico D-30 da 122 mm, un pezzo il cui sviluppo ebbe inizio nel 1950 e diffuso in quasi 50 paesi nel mondo e di cui il paese mediorientale aveva acquisito ben 600 pezzi con cui riequipaggiare le proprie unità di artiglieria.


Uno degli esempleri di T 34/D30 conservato in Israele.


Le altre modifiche riguardarono la realizzazione di una indispensabile piattaforma grigliata anteriore per ospitare i serventi del pezzo e ribaltabile verso il basso, una protezione aggiuntiva per la griglia del motore e l’installazione di una struttura metallica lungo il bordo dell’anello di torretta, destinata sia a fornire un minimo di protezione dalle schegge ai serventi ospitati al suo interno, sia soprattutto a realizzare una struttura di supporto per una serie di contenitori per le cariche e le ogive del pezzo. Altri contenitori similari erano fissati ai lati del carro, in numero di 4 per fiancata. Il cannone era posizionato verso la parte posteriore del mezzo per mantenere inalterato il centro di gravità e perse la capacità di ruotare sui 360°, mantenendo un brandeggio laterale minimo. Eventuali cambi maggiori di punteria venivano effettuati spostando tutto il veicolo. Il mezzo manteneva poi la mitragliatrice anteriore per autodifesa, sebbene non ne fosse ovviamente previsto un suo impiego in prima linea.
Il numero preciso di veicoli così trasformati non è noto, ma probabilmente non superarono la trentina e alcuni di essi furono catturati intatti dagli israeliani durante la guerra dello Yom Kippur del 1973, unica guerra in cui questo veicolo fece la sua comparsa prima di scomparire dagli organici. Attualmente sopravvivono tre esemplari, tutti conservati in Israele: uno presso il misconosciuto ma assai interessante Museo dell’Artiglieria di Zikhron Ya'aqov, cittadina posta a metà strada tra Tel Aviv e Haifa e purtroppo ridipinto in un rigoroso colore khaki IDF con mozzi e dettagli rossi, come il resto dei pezzi del museo e due presso il museo dell’IDF Batei Haosef di Tel Aviv, da non confondere però con il più popolare museo di Latrun che in realtà è più una raccolta celebrativa di carri che un installazione museale vera e propria.
E proprio degli esemplari oggi in Israele si sono serviti i tecnici della Rye Field, giovane ditta di Hong Kong assai dinamica ma che non sembra però sottrarsi ai vizi tipici della produzione modellistica del paese asiatico, che eternamente ricca di promesse e nuovi kit realizzati finisce regolarmente per deludere in parte gli speranzosi modellisti a causa di punti di caduta che rasentano l’ingenuità.


La copertina della scatola del kit della Rye Field.


Ma andiamo con ordine, partendo proprio da questa scatola uscita nel 2019: di generose dimensioni si presenta con bel profilo laterale in campo bianco del mezzo, mentre sui lati sono riportati gli unici due profili di colorazione noti e ricavati dalle poche foto dell’epoca disponibili: uno tutto giallo sabbia e una a tre toni di sabbia, marrone e verde, probabilmente assai più aderente alla mimetica usata all’epoca dall’esercito siriano.
All’interno troviamo alcune stampate in comune con le precedenti realizzazioni della ditta, oltre a quelle necessarie per costruire questa particolare versione. Di colore marrone chiaro sono tutte contenute singolarmente in sacchetti trasparenti richiudibili, come sembra essere ormai la norma – solo la Revell sembra non essersene accorta! I cingoli sono realizzati in plastica e in sezioni, dall’ottimo dettaglio sia interno che esterno e con la parte superiore già incurvata opportunamente verso il basso. A montaggio ultimato non faranno rimpiangere i cingoli Friulmodel, con un non secondario vantaggio anche per il budget finanziario dato il non indifferente costo di questi ultimi. Il modello segue la politica aziendale e beneficia quindi assai della comunanza con le produzioni precedenti, nello specifico con il kit n°5013, Egyptian 122 mm Self-Propelled Gun, ossia l’equivalente egiziano di questo veicolo, utilizzante esattamente lo stesso pezzo di artiglieria e che la Rye Filed ha realizzato nel 2018. Ciò fa sì che siano presenti ben due serie complete di ruote, che permettono di realizzare sia quelle stampate a cerchione pieno sia quelle comunemente note come “half spider”, ossia dotate di costolature e dodici fori. Gli esemplari oggi conservati sono tutti dotati di cerchione pieno, ma almeno una delle rare immagini dell’epoca relative a questi veicoli mostra un carro con ruote modello “half spider”, per cui non c’è che l’imbarazzo della scelta, che però stranamente non viene assolutamente suggerita nelle istruzioni che ignorano del tutto questa possibilità. Mistero cinese, non l’unico peraltro di questo kit. Gli anelli esterni in gomma dura, del tipo completamente liscio, sono comunque separati dai cerchioni, a beneficio della facilità di colorazione.
Della comunanza dei pezzi si avvale poi l’alloggiamento per la mitragliatrice, fornito separato dallo scafo e completo di bordo saldato dal contorno irregolare – mi raccomando, non si tratta di una sbavatura da eliminare – e in due esemplari: uno per un normale T-34 di serie e uno da usare per il nostro modello con un taglio orizzontale per l’incastro della piattaforma del cannone. Manca comunque la mitragliatrice, nel kit è fornito solo un cilindretto sporgente e nulla più, ma il resto è ben visibile con il vano di combattimento aperto. Si trattava comunque di una Degtyaryov DT, versione per mezzi corazzati della popolare arma detta “giradischi” e che dovrà quindi essere aggiunta.


Dettaglio dei pezzi delle ruote e dei cingoli del kit.


Quest’ultimo ha la canna divisa in due pezzi e sono forniti ben due freni di bocca, perfettamente dettagliati e che differiscono solo per una costolatura presente a lato inferiore di uno dei due. Tale differenza non è secondaria e identifica gli esemplari di costruzione più recente dell’obice D30, che come noto aveva un caratteristico anello di traino fissato proprio al freno di bocca il cui supporto nei primi esemplari era saldato, e che venne tolto dai siriani a colpi di mola a disco al momento di installare gli obici sugli scafi dei T-34 in quanto ovviamente inutili, mentre negli esemplari più recenti l’anello era invece rimovibile e fissato con quattro bulloni tra due costolature. Degli esemplari esistenti oggi due su tre presentano quest’ultima caratteristica, e nel caso scegliate quest’ultima opzione, ancora una volta ignorata dalle istruzioni, si dovranno perciò realizzare anche i fori dei bulloni, assenti sul pezzo fornito dal kit. Piccoli dettagli, ma che in un buon modello fanno sempre la differenza.
Sarà invece forse opportuno riflettere sull’opportunità di sostituire la canna in plastica con una in alluminio, magari ricorrendo a quella della RB Model, cat. n° 35B83. Quella del kit, per quanto ottima, è infatti realizzata integrale alle mensole di supporto degli organi elastici che risultano divise in due, non facili da carteggiare e che rischiano di lasciare un’antiestetica linea di giunzione. Un investimento di nemmeno 10 euro in una canna tornita con supporti fotoincisi e freno di bocca in ottone garantirà un deciso miglioramento del modello finito.
Gli incastri dei vari pezzi sono tutti pressoché perfetti, lo stampo è nitido e preciso, ovunque privo di sbavature o segni fastidiosi di estrattori, e per ogni ruota è previsto il relativo mollone, incastrato negli elementi rettangolari da applicare ai lati interni dello scafo, come erano in realtà. Ma questo è tutto, per quanto riguarda lo scafo. Assemblata infatti la parte superiore con quella inferiore ciò che si vede attraverso il foro dell’anello di torretta è infatti un unico, angosciante vuoto. La Rye Field, per un semovente con il vano di guida e di combattimento aperto e ben visibile a modello finito incredibilmente non ha infatti previsto assolutamente nulla. Unici elementi presenti le scatole di munizioni poste all’interno dell’anello metallico che spiccano in tutta la loro solitudine, altro non c’è. E si tratta senza dubbio dell’aspetto peggiore di un modello altrimenti ottimo. A questo punto o si ricorre ad una soluzione speditiva e si dipinge tutto in nero opaco, oppure si autocostruisce quello che manca, a partire dai sedili ribaltabili circolari per i serventi fissati ai lati, ovviamente gli stessi del T-34 e prelevati dalle torrette originali, e al seggiolino del pilota. Noi siamo ricorsi ad una via di mezzo, saccheggiando l’eccellente modello Italeri dedicato al T-34/85 Zavod 183 Mod. 1944 e fornito di tutti gli interni in torretta e scafo. Si è trattato di una soluzione veloce ed economica, dato che non si è ricorsi a costosi kit di dettaglio in resina, sebbene al prezzo di dovere realizzare ovviamente il T-34/85 chiuso, o comunque con solo parte della portelleria aperta. I pezzi della ditta italiana si adattano bene al kit cinese, motore e trasmissione compresi che risultano anch’essi visibili attraverso la grata motore se si deciderà di utilizzare le fotoincisioni fornite nella scatola, nonché attraverso il portello circolare della piastra posteriore, anch’esso dettagliato e posizionabile aperto.


Le fotoincisioni del kit della Rye Field.


Le fotoincisioni riguardano invece una lamiera a mezzaluna posta davanti al vano di combattimento, la grata del motore, fornita comunque anche in plastica sebbene non traforata, alcuni dettagli dello scafo e soprattutto pezzi dell’affusto del cannone, realizzato in maniera davvero superba.
Completamente assenti invece le decals e i vari segni di riconoscimento, aspetto su cui vi sarebbe però da riflettere: vero è che gli esemplari conservati non ne riportano traccia di sorta, ma parimenti non è infatti vero, come talvolta sostenuto, che i mezzi siriani durante la guerra dello Yom Kippur fossero privi di targa identificativa. Smessa l’abitudine di “dedicare” i veicoli a caduti delle guerre precedenti tracciandone il nome a lato della torretta si erano adottati al loro posto grandi numeri in colore bianco e simboli divisionali sulle piastre anteriori e posteriori, all’epoca triangoli e cerchi su rettangoli bianchi. Oltre a ciò i mezzi riportavano tutti in basso sul davanti e in basso a sinistra sul retro una piccola scritta “esercito” in arabo seguita da 5 o 6 cifre identificative dipinte in bianco, non più alti di 5 cm e lunghi circa 30 cm, e non vi è motivo di pensare che questi veicoli, usciti da poco dallo stabilimento militare ove era stata effettuata la conversione, non ne fossero dotati.
A titolo di completezza riportiamo che tale numerazione siriana non era progressiva, andando per veicoli dello stesso tipo ed unità, ad esempio T-55 della 5° Divisione, da numeri come “548563” a “01487” e “20169”. A titolo informativo riportiamo che all’interno di uno dei veicoli custodito al museo di Batey-Haosef rimangono tracce del colore bianco degli interni e un rettangolo nero dipinto sulla piastra tra il posto di pilotaggio e quello del mitragliere, riportante le prime tre cifre “864…” dipinte di bianco. Nulla si sa di questo numero, anche se tutto fa pensare sia stato apposto dagli israeliani dopo la cattura, per identificazione. Purtroppo le immagini dell’epoca relative a questi semoventi mancano quasi del tutto, per cui starà al modellista decidere come meglio procedere.
Le istruzioni sono invece nel classico stile cinese, nel senso peggiore del termine: belle a vedersi, con i pezzi interessati dai vari step dipinti di blu ma che ignorano completamente le opzioni disponibili e che sembrano concepite da persone che non hanno mai montato un modello o perlomeno provato ad assemblarlo a secco, per non parlare della sua colorazione. Il sistema di montaggio che prevede di completare lo scafo superiore, cannone compreso, prima di accoppiarlo alla parte inferiore è infatti assolutamente sconsigliato. Sarà infatti meglio procedere costruendo lo scafo e poi installare il cannone e accessori vari.

CONCLUSIONI In definitiva un kit che costituisce una buona base di partenza per realizzare un ottimo T-34/D30 122mm. La totale mancanza di interno costituisce senza dubbio l’aspetto peggiore e deludente del kit, mitigato solo in parte dal relativamente basso costo d’acquisto, dato che il modello si può portare a casa con meno di 40 euro. La decisione di non fornire una parte fondamentale di questo semovente, perfettamente visibile a modello ultimato è forse da ricercarsi nell’abitudine tipicamente cinese di fare uscire più o meno in contemporanea modelli e set di dettaglio a loro dedicati, magari da ditte in qualche modo consociate.


Un’altra foto di uno degli esempleri di T 34/D30 conservato in Israele.


Non a caso esiste già una scatola di fotoincisioni della Voyager Models che permette di costruire le scatole delle munizioni, interne ed esterne, le griglie del motore e la piattaforma dei serventi ecc., spetterà al modellista decidere come procedere, le opzioni, anche domestiche, fortunatamente non mancano come abbiamo scritto.

Luigi Carretta

PUBBLICATO IL 29 DICEMBRE 2019

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