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  giovedì 3 dicembre 2020 I CARRI E I MEZZI MILITARI DAL 1940 AD OGGI * CARRO “IS II modello 44” - Kit Dragon, 1/35 Registrazione 
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 CARRO “IS II modello 44” - Kit Dragon, 1/35 Riduci

CARRO “IS II modello 44”

Kit “Dragon” 6018 in 1/35

Per molti anni, lo IS II è rimasto solo nei sogni del modellista. Dopo alcuni tentativi, mai troppo riusciti, di realizzarne dei kits in resina (AEF Design e MB 1095), ci ha pensato la Dragon, nel 1993, con il kit 6018.


La copertina della scatola del kit della “Dragon”.


A questo si è aggiunto, più tardi, il kit 6804 con l’etichetta di “cinese” ma che, più prosaicamente, riproduce un semplice carro sfornato dalla Uztm. Più di recente, poi, è comparso pure un kit della Tamiya, il 35289, ovviamente all’altezza delle migliori aspettative. Nel frattempo, il settore dell’aftermarket non è rimasto inoperoso producendo gli interni, per non parlare della cingolatura e delle canne metalliche tornite.
Il kit in questione si presenta come quelli della propria generazione: buono perché molto atteso, anche se, visto adesso, magari delude un po’ abituati come siamo a ben altro! Tuttavia, per chi non avesse molta pratica con l’argomento carri pesanti sovietici, può andare bene per familiarizzare. E’ comunque discretamente costruibile, unica attenzione da prestare è quella di non “aggredire” la plastica - un po’ morbida - con una colla troppo potente.
Di base, la sagoma è ben rappresentata ma rimane la necessità di riprodurre la numerosa serie di saldature mancanti man mano individuabili nel testo e nelle tavole, anche se qualcuna non vale la pena di essere riprodotta perché poi visibile a malapena. Altre invece balzano subito all’occhio, per il profilo molto irregolare dovuto al taglio con fiamma ossidrica delle piastre.


Il modello ricavato dal kit della “Dragon”.


Comunque, partendo come al solito dallo scafo (Tavola A), la prima cosa da fare nella parte anteriore (1) è proprio quella di riprodurre le ben visibili saldature delle piastre, tutto attorno, anche in basso (A), nonché attorno alla feritoia del pilota, e relativa barra antischegge (B) nella quale era presente un foro per lo scolo dell’acqua piovana. Non montando la barra anteriore resterebbero visibili gli spazi per l’incollaggio, da riempire con un po’ di stucco. Anche la protuberanza posta a destra (C), per la mitragliatrice di scafo, necessita dei segni della saldatura. Accanto alla postazione del pilota potremo, a scelta, applicare i dettagli relativi al faro e al clacson (D). Proseguendo, applicare i ben apprezzabili segni di saldatura attorno ai massicci ganci anteriori (E). Altrettanto massicci i supporti per la maglie di cingolo anteriori (F), essi erano almeno otto concentrati attorno alla mezzeria; una volta applicate le maglie ricordiamoci poi di completare con le barre imbullonate di trattenimento.
A prua, non resta (avendo scelto di montare i parafanghi in una fase successiva) che corredare i periscopi MK 4, posti sulla parte iniziale del cielo della sovrastruttura, con i sei bulloni che fissavano le loro basi (G). Senz’altro meno visibili le saldature attorno ai supporti delle luci di posizione anteriori (2); si notano di più quelle per la giunzione dei pezzi della sovrastruttura (3) e si torna poi a dover scegliere per le luci di formazione (4).


Dettaglio della parte centrale del modello.


Adesso, però, viene il bello! Il cofano motore (5) necessiterebbe di un bel po’ di lavoretti, alcuni riconoscibili subito, altri più subdoli. I più pigri potranno risolvere con qualche carico disposto “strategicamente” o con l’affollarsi di alcuni “desantii” (la fanteria trasportata spesso a bordo). Chi volesse, invece, tentare di accrescere di molto il realismo generale del cofano motore non ha che da cominciare col segno delle saldature tutto attorno (A), proseguendo poi, con i due pannelli laterali (B) sui quali erano montate le marmitte (anch’esse per mezzo di saldature) e coi bordi delle grigliature (C). Su di esse era rivettato un telaio riproducibile in plasticard (D). Segni di saldature meno percettibili sono quelli attorno ai tre bocchettoni del carburante (E) al contrario di quelli attorno alle grandi cerniere del portello centrale (F).
Quanto ai ganci di sollevamento (G), la Dragon offre già i sei presenti sulla piastra centrale e i quattro per le grigliature, ma un tocco di finezza sarebbe riprodurre attorno ad essi le saldature, nonché aggiungere gli anelli realizzabili con del filo di rame piegato attorno ad un supporto cilindrico. Secondo le serie di produzione, un altro gancio può essere presente accanto a quello del portellone centrale (I). Le stesse griglie, con calma, vanno rifinite con i segni delle saldature alle loro estremità (H).
Non abbiamo montato i serbatoi supplementari, né il loro sistema di aggancio, ma se si volesse farlo, bisognerà dettagliare meglio le selle (6) ma anche i serbatoi stessi (7) specie nel sistema di fissaggio (A), magari sostituendo le maniglie con del lamierino d’ottone piegato ad hoc (B).


Dettaglio delle griglie del radiatore.


La piastra inclinata superiore del retro del carro (8) è anch’essa da migliorare a vari livelli, nessuno difficile comunque. Si comincia con il segno delle saldature (A) della piastra, compresa una piccola zona tra quella verticale di scafo e quella orizzontale sopra alla cingolatura. Per le piastre non finisce qui, in quanto è meglio riprodurre il tipico segno del taglio con fiamma ossidrica (B), mentre anche non montando le sezioni posteriori dei parafanghi c’è da aggiungere comunque la fila di bulloni (C). I grossi cardini inferiori (D) erano anch’essi saldati mentre una saldatura meno visibile è quella per i ganci curvi di trattenimento del cavo di traino (E). Alla piastra in sé ora non manca nulla, se non gli attacchi del reggicannone (F) ovviamente visibili anche se non fosse montato, e quattro bulloni nella zona centrale (G).
Altri dettagli da aggiungere o migliorare (Tavola B - N. 9) sono le saldature attorno ai cinque ganci di sollevamento (A), i tre gancetti orizzontali (B) riprodotti in filo di rame molto fino e la nuova barra orizzontale (C) da far sporgere di più o di meno dal grosso cardine inferiore.
Sui due grandi portelli circolari (10), oltre al segno della saldatura del grosso cardine inferiore (A) e dei ganci di sollevamento (B), vanno solo praticati tre fori ben visibili (C). Per la piastra inferiore dello scafo (11) si ripete il lavoro di quella anteriore, cioè con segni di saldatura attorno ai bordi (A) e con quelli dei ganci di traino (B).


Dettaglio anteriore del modello e della torretta.


Passando ai parafanghi si può lavorare più veloci: quelli anteriori (12) in genere mancavano delle corte estensioni perciò le toglieremo e toglieremo pure i tre cardini (al loro posto si posizionano altrettanti rivetti); approfitteremo della maggiore visibilità delle parti anteriori per diminuirne lo spessore con una paziente cartavetratura. Inoltre, sarà buona cosa per un maggiore realismo ripassare i sottili bordi interni con una buona lama in modo che risaltino un po’ di più rispetto alla base orizzontale. A volte, l’unione delle parti curve con lo scafo era irrobustita con una saldatura (13). I rinforzi lungo i parafanghi erano due lunghi e tre corti per ogni lato, con parti verticali unite con rivetti a dei listelli poi saldati ai parafanghi stessi. I primi più lunghi (14) presentavano 3 o 4 rivetti (sui due lati) nonché i rivetti anche sulle parti che si congiungevano allo scafo (A). I secondi più lunghi (15) erano uniti allo scafo anch’essi con una saldatura (A); quello di destra (16) ovviamente presentava uno scasso destinato a far passare i proiettili della mitragliatrice di scafo, il taglio era effettuato già in fabbrica ma non c’è da aspettarsi che fosse molto regolare, perciò incidiamo o cartavetriamo un po’ il rinforzo in quel preciso punto. I tre rinforzi più corti erano uniti con solo due rivetti per lato.
I caricamenti non sono troppo numerosi e si possono completare con calma, lasciando da parte la torretta. Sulla sinistra è presente la cassetta allungata degli attrezzi, una presenza standard sui corazzati sovietici del periodo (17); i due relativi incastri sul parafango vanno eliminati e sostituiti con i meccanismi di chiusura e fissaggio anteriore e posteriore, con dei pezzetti di fotoinciso e plasticard. Questo implica anche togliere, con cura, il risalto sulle facce con le maniglie. Sul parafango sinistro si va avanti solo col posizionare due maglie di cingolo; si passa poi ai ganci di traino presenti all’inizio di quello destro; qui è sufficiente assottigliare con molta cura le parti B 23 in modo che siano più realistiche, avendo scelto di mostrare solo un gancio.


Una foto d’epoca del carro sovietico JS-2M.


Procedendo più avanti sullo stesso lato, non rimane che applicare il pezzo A 11 e sostituire la pala (18) - a nostro parere troppo poco rozza - con una proveniente dalla banca dei pezzi, corredandola dei relativi attacchi (A) in plasticard. Ultima aggiunta, agli angoli della sovrastruttura posteriore (19), quella degli attacchi per la fune di traino realizzati in plasticard.
La grossa torretta è, come si dice, un mondo a parte, che potremo trattare veramente come elemento a sé oppure occuparcene nelle pause necessarie tra un intervento e l’altro dello scafo. Comunque, la prima fase è quella di una bell’azione di irruvidimento delle superfici, con l’aiuto di una fresetta montata su microtrapano. Proviamo su vecchi pezzi, e quando avremo preso un po’ la mano procediamo fiduciosi con i pezzi in questione.
Sui due lati anteriori (20) si comincia con il segno delle saldature attorno ai ganci di sollevamento e alla chiusura dell’orecchione del cannone (A); il portello di sparo con armi leggere (B) è ricavato da un tondino piatto già pronto, preso pari pari dalla banca dei pezzi. Si può già approfittare per aggiungere anche il segno della saldatura con la parte anteriore (la scudatura esterna del cannone) e proseguire con la saldatura dei maniglioni da fanteria (21).
La parte posteriore della torretta (22) ha bisogno solo del segno delle saldature attorno al gancio di sollevamento (A) e ai maniglioni per la fanteria (B), mentre la postazione per mitragliatrice è già più che discreta. Attorno alla giuntura fra i due gusci - i pezzi della torretta - (23) va aggiunto il segno della saldatura, come del resto per le due piastre componenti il cielo (24).
Nella parte anteriore del cielo (25) i due periscopi Mk 4 vanno trattati come quelli del cielo della sovrastruttura anteriore (A) mentre per le gambe dell’estrattore di fumo (B) c’è da aggiungere il segno delle saldature. Non abbiamo usato il pezzo D7, che ci è sembrato “piatto”; meglio sostituirlo.
Il grosso cardine del portello (26) manca del segno della saldatura (A) e del bullone (B); la nuova barra va fatta passare dal cardine e da un nuovo fermo imbullonato (27). La zona della cupola va prima rifinita nel portello (28) che ha bisogno del segno dalla saldatura (A) e dei due fori per chiave a brugola (B), vicino esistevano gli attacchi per un eventuale fermo (C).
La postazione per l’antenna radio (D) la si completa col segno della saldatura. La rozza cupola è offerta in due parti che bisogna eventualmente stuccare bene lungo la giunzione. Quando il pezzo sarà solido non sarà male passare con una fresetta sulla superfice per irruvidirla ed eventualmente riprodurre i tipici segni presenti su alcune tra le rudimentali feritoie (E); alla base si può accentuare un po’ il segno della saldatura (F), peraltro già presente.
Il portello a due ante è già fornito dei dettagli maggiori, se lo chiudessimo ci sarebbe solo da aggiungere i limitatori (orizzontale e verticale) attorno ai cardini. Dal novembre 1944, su alcuni esemplari era montata la Dhsk da 12.7 mm per uso antiaereo; la si può recuperare da una scatola in plastica della Dragon o dalla meno reperibile confezione in metallo bianco Friulmodellismo. In entrambi i casi rimane da autocostruirsi il semplice supporto.


Una foto d’epoca un po’ sgranata della mitragliatrice.


Siamo ora alle ultime parti da sistemare: la scudatura curva (29) va irruvidita nelle superfici con la solita fresetta (A) non dimenticando i segni del taglio col cannello ossidrico (B); altri dettagli (30) sono la smussatura in basso a sinistra (A), i segni del cannello ossidrico più visibili nella parte inferiore (B) e il limitatore di brandeggio (C) che è da autocostruire. Una volta fissate la scudatura (31) e la canna metallica - avendo in casa una vecchia canna MMS abbiamo usato quella, ma non mancano le alternative - restano da aggiungere in zona le due viti superiori (A) sulla scudatura, mentre per la protezione bastano il segno della saldatura laterale (B) e i tre attacchi per telone da intemperie (C). Detta protezione, ovviamente, era solo in lamiera, così sarà bene renderla meno regolare con l’aiuto di una fresetta. Concluderemo col freno di bocca (32) che va stuccato per bene, rendendolo più ruvido sulle superfici senza dimenticare i fermi (A) superiore ed inferiore.

Colorazione ed ambientazione

Il reparto scelto, più che altro per l’interessante mimetica di alcuni suoi carri, è il 29° Reggimento del 4° Corpo Corazzato della Guardia (1° Fronte Ucraino) che operò nella zona di Wislica in Polonia nel gennaio del 1945. Equipaggiato con gli IS II dall’ottobre del 1944, più tardi fu pure coinvolto in alcuni combattimenti con Tiger II vicino a Lisow. Dal 12 gennaio 1945, assieme ad un altro reparto pesante, uscì dalla testa di ponte di Sandomierz, facendo da avanguardia a 12 km dal grosso delle altre unità. Cracovia fu presa il 19 e poi ci si rivolse a N-O verso Breslau, passando il giorno dopo in Slesia, 15 km dal fiume Oder, ultimo grosso ostacolo sulla via per Berlino.
Sul solito verde scuro comparivano piccole chiazze irregolari, realizzate con del bianco di buona qualità. Secondo una fonte giapponese era a virgole marcate, mentre altri carri ebbero chiazzature meno precise, specie sui lati dello scafo in basso. Con queste premesse, è stato sufficiente verniciare a pennello con un verde Humbrol 114 per il colore di fondo e aspettare la completa asciugatura per cimentarsi con molta pazienza con del bianco acrilico della Gunze.
Più difficile è stato trovare una basetta adeguata alla lunghezza del modello, per via della canna sterminata; su di essa il terreno innevato è stato riprodotto con una miscela di gesso Vallejo e terra naturale, nonché colla vinilica per fissare il tutto. Una volta fatte le prove (tracce dei cingoli comprese) e posizionato il carro non resta che ricoprire un po’ dappertutto con del bicarbonato steso su del bianco acrilico Gunze. Non stonerà una mano leggera, finale, di vernice lucida della stessa marca.

Bibliografia :

NEW VANGUARD 7 – IS- 2 Heavy Tank 1944 / 1973 – Osprey Publishing 1994
Soviet military vehicles of WW II (2) - Ground Power n. 41 – Delta Publishing ottobre 1997
Js Stalin Heavy Tank Model History – Model Art 1997 n. 497
Stalin’s heavy tanks 1941 – 45 – 7012 – Concord Publications 1997
Armor battles on the Eastern front – 7020 – Concord Publications 1999
KAMOUFLAZY 1930 – 1945 – ARMADA N. 5 – Exprint Publications 1999
The IS tanks – ARMADA N. 6 – Exprint Publications 2000
Soviet heavy tanks (2) - Ground Power 76 – Delta Publishing settembre 2000

Andrea e Antonio Tallillo

PUBBLICATO IL 28 OTTOBRE 2016

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