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AGGIORNATO IL 7.11.2015

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 IL ''COSACCO'' ITALIANO. Riduci

 

IL ‘’COSACCO’’ ITALIANO


di Andrea e Antonio Tallillo



Sul fronte russo all’inizio del 1942 era ormai necessario tenere conto, anche per i reparti di cavalleria del Regio Esercito, delle esperienze fatte in quella campagna fino a quel momento e che il progresso negli armamenti imponeva una profonda trasformazione di struttura ed equipaggiamento. La motorizzazione e meccanizzazione, nel giro di pochi anni, finiranno per sostituire quasi completamente il fedele compagno del cavaliere ma, sul fronte orientale, resistette più a lungo l’antico binomio. E ciò non solo nell’appoggio ad altri reparti ma anche in vere e proprie operazioni condotte in modo autonomo, ove le unità montate - sia sovietiche che dell’Asse - si segnalarono per le capacità di manovra ed i rapidi spostamenti, complice il particolare tipo di terreno.
Sono ben conosciuti i reparti, costituiti da cosacchi, che si schierarono con la Wehrmacht nel tentativo, che aveva aspetti contraddittori ed ambigui da entrambe le parti, di riprendersi la propria terra e la propria libertà. Questi reparti erano riconosciuti dai tedeschi come i più efficaci e leali tra quelli che man mano venivano costituiti con elementi “non tedeschi” che si andavano ad aggiungere alle loro forze.


Un reparto di cosacchi inquadrati nell’Esercito tedesco.

Le comunità cosacche, storicamente, avevano fornito truppe agli Zar ed erano state poi perseguitate dal regime sovietico come altre minoranze ‘’non allineate’’. Già nell’agosto del 1941 un reggimento sovietico, composto da personale di questa minoranza etnica, disertò - ufficiali in testa – diventando in seguito il 5° Cosacchi del Don. Prima della fine dell’anno, le divisioni ‘’Sicurezza’’ incorporarono uno Squadrone (‘’Sotnia’’) cosacco ed altri reclutamenti saranno autorizzati dal dittatore tedesco in persona dall’aprile del 1942, cosi’ che - nell’estate - si aggiunse un altro Reggimento al completo, per arrivare poi a ben sei unità similari.
L’utilità della cavalleria sul fronte orientale fu riconosciuta, a guerra inoltrata, da parte tedesca sino a cercare di organizzare, con gli ausiliari cosacchi, reparti a cavallo integrati da gruppi esploranti motorizzati e controcarro, in modo da ottenere flessibilità e buona potenza di fuoco sui difficili terreni operativi.
Un capitoletto a parte andrebbe scritto a proposito di un piccolo reparto, anch’esso costituito in gran parte da cosacchi, che però entro a far parte del Regio Esercito.
Era uno squadrone di 360 uomini, ben addestrati, comandato dall’allora capitano conte Ranieri di Campello, coadiuvato da altri quattro ufficiali. I cosacchi, cavalieri formidabili e combattenti nati, mantennero alcuni elementi tradizionali assieme alle nuove uniformi, in una tipica mescolanza. Ci hanno sempre ricordato le ‘’guide’’ indiane dei film western, se ci passate l’esempio probabilmente non calzante in pieno.
Essi, alla fine, seguirono gli italiani anche nel loro rientro in patria, e il reparto verrà sciolto alla Caserma ‘’Mastino II°’’ di Verona, che fungeva allora da Deposito del Novara Cavalleria.

L’uniforme


Stavolta non ci sono pacchi di documentazione, anzi…
L’idea è partita da una tavola a colori, la E2 del libro Men at Arms n° 340.
Leggendo il primo volume della triade scritta dai due benemeriti autori inglesi che hanno presentato - per la prima volta in modo abbastanza esauriente e dignitoso - agli appassionati della materia un po’ di tutto il ricco mondo uniformologico mondiale più recente, è venuta fuori un’idea di combinazione di uniformi abbastanza plausibile.


Il figurino realizzato. Vista di spalle.

Seguendo la tavola e adattando, per analogia, quel che si accettò nei reparti aggregati all’Esercito tedesco, abbiamo ricostruito la possibile uniforme adottata da questa unità.
Ad ogni modo, se qualcuno dispone di ulteriore documentazione, saremo ben lieti di confrontarci e di ritornare sull’argomento, altrimenti sarà un bell’esempio di come poter fantasticare senza uscire troppo dal seminato.
Ricapitolando, il nostro ipotetico ‘’Kazak’’ può essere rappresentato con la giubba italiana più diffusa in quel periodo, ovvero quella dell’uniforme modello 40. Essa era confezionata nel ruvido panno grigioverde ‘’da truppa’’, con paramani dritti e bottoni in materiale autarchico verde scuro, con un semplice cinturino nello stesso panno, a due bottoni senza fibbia regolabile (Vedi Tavola – Particolare 1).



Unica insegna, portata sulla manica sinistra, era un distintivo triangolare nei colori ‘’zaristi’’ (gli stessi che compaiono nell’attuale bandiera russa post-sovietica) rosso, blu e bianco dall’esterno verso l’interno (A).
La camicia era in flanella grigioverde, più chiaro della giubba. I pantaloni invece è più probabile che servissero resistenti, perciò niente di meglio che quelli alla cavallerizza della uniforme precedente, ovviamente in kaki e portati coi tradizionali ‘‘tcheviaki’’, stivali neri senza tallone e privi di speroni.
Il copricapo era la tipica ‘‘kubanka’’, alta solo 12 cm, in pelo nero o grigio scuro, con calotta in tessuto rosso, sul quale era ricamata una decorazione a croce, bianca (2).
L’armamento era sovietico: esistevano almeno due tipi di carabine, le modello 24-27 o 38, ma era ancora in uso la carabina 1910, prodotta in non molti esemplari sino al 1922 (3). Essa sarà il prototipo della m38, ed è riconoscibile per il fusto che si prolunga anteriormente sin quasi alla volata. Forma e lunghezza – in scala 2.91 cm – sono ben rappresentate da un pezzo proveniente dalla vecchia scatola della fanteria sovietica Zvezda del periodo 1941-42, valida giust’appunto per fornire pezzi di ricambio per eventuali conversioni. Vanno solo incise le aperture dalle quali passava la tracolla (A ) ed abbassate - con una fresetta montata su trapanino - i due rinforzi (B).
Per il resto il realismo è sufficiente.
Accanto alle armi da fuoco era presente, neanche a dirlo, la tradizionale sciabola, la ‘’shaska’’ (4) lunga quasi un metro, con impugnatura a testa d’uccello (A), senza guardia per la mano e rivestita in argento niellato o dorata. Anche i fornimenti del fodero (B) – ricoperto di pelle nera - erano in argento niellato o più raramente in oro. Dall’impugnatura poteva sporgere una striscetta in seta intrecciata (C), che aiutava ad impugnare la sciabola quando sguainata.
Il cinturone era quello sovietico da truppa degli anni ’30 (5), con applicate gibernette della stessa provenienza a destra (A).
Il tascapane (6) era in genere quello italiano, in tela di canapa grigia, con lati rinforzati in alto e tre passanti applicati posteriormente, chiudibile con due strisce di cuoio grigioverde e dotato di tracolla in tela, con fibbia.
La sella (7) presentava le borse portate posteriormente (A), sovrapposte ad altre borse piccole (B) per il materiale da tenda e con sovrapposto il pastrano (C).

Il figurino

Come avrete intuito, se per i cosacchi che operavano con le forze tedesche c’è in giro pure una scatola di montaggio in plastica della Dragon, per i ‘’colleghi’’ italiani – del resto molto meno famosi – non c’è proprio nulla.
Non resta che autocostruirsene uno, con quella dose di coraggio ed ingenuità unita a quel po’ di esperienza fatta in questi casi.
Più che altro è stata d’aiuto, come sempre in questi frangenti, la banca dei pezzi ‘’di supporto’’ propria di tutti i modellisti, avendo in uno scomparto la giubba avanzata da un bersagliere Criel in resina, per la cronaca lo 027 (avevamo usato le gambe in shorts e sandali per un’altra conversione) e, in un altro, delle vecchie gambe Esci, tedesche con pantaloni alla cavallerizza e stivali.
Il tutto prometteva assai bene.


Il figurino realizzato. Vista davanti.

Naturalmente, bisognava però ‘’sposare’’ i due pezzi senza che si vedessero troppe incongruenze tra proporzioni diverse, essendo i pantaloni più vicini alla scala 1/32, e tenendo conto che si tratta di materiali diversi.
Alla giubba sono stati tolti - con l’aiuto di una buona lama - la borraccia sulla destra e la relativa tracolla, lasciando solo il tascapane a sinistra, così che fosse pronta all’innesto sui pantaloni, non senza aver scavato - con una fresetta montata su trapanino - il busto da sotto, perché non fosse troppo ‘’aggiunto’’ ed, anzi, si sovrapponesse di un po’ ai pantaloni.
Un paio di braccia sempre tolte dalla banca dei pezzi sono andate bene. Avendo i paramani dritti non c’è stato molto da lavorare se non di stucco, per armonizzare il giro manica.
I pantaloni sono stati ripassati con la fresetta per sminuirli un po’ e tirare via qualche linea di stampo. Per fortuna il pezzo apparteneva al periodo nel quale la Esci lavorava ancora con una plastica lavorabile.
Dopo aver unito le due metà dei pantaloni con un perno metallico orizzontale, ne abbiamo applicato altri due, sempre infilati a caldo, per unire il tutto alla giubba.
La testa è quella originale della CriEl, sulla quale - grazie allo stucco Tamia - è stato agevole aggiungere il basso colbacco dei cosacchi.
Il cinturone è stato realizzato in lamierino da dentifricio, prendendo come riferimento quello sovietico da truppa (cavalleria).
Le giberne provengono da un kit di fanteria della Zvezda.
La sciabola appesa a destra è un po’ una licenza poetica, sarebbe più corretto appenderla più in basso e dall’altra parte, la cartina infilata nella mano sinistra è una fotocopia ridotta di una pubblicazione dell’epoca.
Il cosacco è stato messo a colloquio con un contadino russo, nel suo tipico abbigliamento, che proviene da un vecchio kit Verlinden in resina, ed è stato arricchito con una zappa autococostruita (8) unendo ad un manico in plastica la testa ritagliata da un foglietto di plasticard.
La panca (9) è stata ricavata da pezzi Italeri, già in plastica e perciò col limite di doverli trattare – come il manico della zappa, del resto – con una microlama Sign in modo che la superficie ruvida sia di migliore resa una volta dipinta.
La brocca in legno con doghe in metallo è un vecchio pezzo Historex in plastica, scelto per la sua aria antica ed esotica quanto basta.
I figurini, prima della verniciatura, sono stati preparati con dei perni metallici infilati a caldo per la basetta circolare.
Una volta fissato il cosacco è bastato arrotolare una mappa di un foglio Verlinden nella sinistra e fissare con la cinghietta la sciabola al cinturone per averlo pronto per gli ultimissimi ritocchi.

Andrea e Antonio Tallillo

Bibliografia

- Foreign Volunteers of the Wehrmacht 1941-45 – MAA n. 147 – Osprey Publishing 1983;
- The Red Army of the Great Patriotic War 1941-45 – MAA n. 216 – Osprey Publishing 1989;
- The Italian Army 1940-45 (I) – MAA n. 340 – Osprey Publishing 2000;
- Axis Cavalry in World War II – MAA n. 361 – Osprey Publishing 2001.


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AGGIORNATO IL 10.06.2017

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