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AGGIORNATO IL 7.11.2015

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 L'ARTIGLIERE Riduci

L’ARTIGLIERE


155ª Batteria, LII° GRUPPO - settembre 1942
di Andrea e Antonio TALLILLO

Anche la storia dei nostri artiglieri è quella di campi di battaglia diversissimi, sui quali i reparti non ebbero mai però troppe bocche da fuoco moderne. L’umile artigliere si distinse solo per il suo valore e la quotidiana fatica, senza avere a disposizione mezzi comparabili con quelli di nemici ed alleati.
Il parco d’artiglieria italiano, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, era grossomodo classificabile in due grandi gruppi: quello dei cannoni non più rispondenti, eredità della prima guerra mondiale, e quello delle bocche da fuoco nuove ma esistenti in piccole quantità e con poca riserva di granate.


Un pezzo da 152/37 del LII° Raggruppamento

I pezzi migliori avevano fatto comunque la Grande Guerra, come il 75/27 ed il 100/17 ex austriaco, e l’artiglieria campale e pesante era messa forse peggio, disponendo solo di 105/28 e 149/13, entrambi residuati. Erano state realizzate bocche da fuoco che uguagliavano i migliori pezzi stranieri ma, all’entrata in guerra, ne era appena cominciata la distribuzione, anche per ritardi nella concessione di fondi.
Oltre ai 18 Reggimenti per Corpo d’Armata e 5 d’Armata, furono poi costituiti, in velocità, 9 tra Raggruppamenti e Gruppi. Unico materiale pesante d’Armata all’altezza del compito nel 1939, coi suoi poco meno di 22 km di gittata per granate da 56 kg e ritmo di tiro di 1 colpo al minuto, era il pezzo ex-austriaco da 152/37 da 12,5 tonnellate di peso, che era però disponibile in soli 29 esemplari (21 secondo altre fonti).
Almeno un gruppo con esso equipaggiato, il LII° del maggiore Rastrelli, su 21 pezzi, prese parte alle operazioni sul fronte egiziano con l’VIII° Raggruppamento dal marzo 1941 ed alle battaglie di El Alamein dal luglio 1942, ridotto comunque ad una sola batteria di 4 pezzi alla fine di settembre di tale anno. In almeno un’occasione, il 24 maggio 1942, vedendo avanzare il nemico, gli artiglieri non esitarono ad aprire il fuoco ad alzo zero, per permettere alle nostre fanterie di riordinarsi e tentare la controffensiva.
Il moltiplicarsi dei tipi di armi in servizio aveva posto seri problemi in quanto alla logistica, all’addestramento e alla gestione delle parti di ricambio, mai sufficienti o del tutto inesistenti. Mancavano inoltre strumenti di puntamento più precisi ed accorgimenti contro la sabbia fine del deserto nord-africano, che si infilava dappertutto. Il 16 luglio 1942, tra l’altro, il Gruppo era stato attaccato, subendo gravi perdite, dalle fanterie australiane.
Alla fine del settembre 1942, lo schieramento di artiglierie italiane in grado di misurarsi con quello – tradizionalmente molto potente e curato – inglese non superava i 165 pezzi mentre ormai la maggior parte dei gruppi aveva potenza di fuoco non più adeguata. Ciò nonostante, anche gli artiglieri si batterono sino all’ultimo, contro un mare di difficoltà.
Schierati attorno alla “altura Hecker”, come veniva chiamata dai colleghi tedeschi e il cui nome beduino era Teli Alani el Cheikh al Schakik, mentre per noi era conosciuta col più semplice ‘’Quota 33’’, a soli 7 od 8 km dalla depressione del Lupo (Deir el Dhib), gli uomini del LII° dovettero affrontare una cruenta lotta, perdendo pure il loro comandante, ten. Colonnello Fiorentini.

Il figurino

Gli artiglieri, all’inizio della guerra, avevano una uniforme molto simile a quella dei fanti ma con le peculiarità delle armi a cavallo, ovvero bandoliera in cuoio grigioverde e gambali al posto delle fasce gambiere.


Il figurino dell’artigliere. Vista frontale

Nel 1942 inoltrato, specie in Africa Settentrionale, anch’essa era diventata ormai la più pratica possibile: nel caso dell’8° Raggruppamento, dalla buona documentazione disponibile, si nota come fosse prassi comune l’uso di giubbe da fatica, senza bandoliere e con fasce gambiere al posto dei gambali, o la mancanza di giubba e l’uso intenso di camicie, sia regolamentari – grigioverdi - o tropicali - quest’ultime catturate all’avversario - sempre senza la connotazione tipica del tempo di pace ovvero senza bandoliere e gambali. Come copricapo, a parte il casco tropicale, erano presenti solo la bustina, che impacciava molto meno, o l’elmetto, che riparava di più.
Non sempre c’è bisogno di lavorare tantissimo per avere un figurino italiano ancora non prodotto da una delle case che stanno emergendo, in più sarà una palestra di divertimento fare A + B per avere un C, ovvero partire dal carrista Model Victoria – numero di catalogo 4031 – tagliandolo con un seghetto ed usando il busto come partenza, le gambe vanno nella banca dei pezzi per essere usate a breve, sostituite con due gambe tratte dalla stessa. Una testa proveniente dalla apposita confezione CriEl, rifinita innestando un elmetto Model Victoria, ed avremo completato un simpatico artigliere italiano con poco sforzo, se non quello di scavare un po’ con una fresa il busto per avere un invito per la nuova testa, e stuccare, ma neanche tanto, la giunzione fra busto e gambe in modo che queste due parti, alla vista, siano unite armoniosamente.


Il figurino dell’artigliere. Vista di lato

L’assemblaggio di figurini in resina o di loro parti per convertirli in altri soggetti è abbastanza facile anche per chi non è troppo esperto e ci si può aiutare, prima di incollare le due parti, con un assemblaggio ‘’a secco’’, una specie di prova generale, procedendo poi all’incollaggio vero e proprio. Per renderlo quasi a prova di bomba si può anche inserire un perno fra gambe e busto, un chiodino tagliato e infilato a caldo nella resina.
Invece, cercare di spiegare come si è dipinto un figurino è un compito non semplice, le parole sembrano sempre insufficienti. Meno male che in questa scala la superficie ‘’da trattare’’ è veramente poca e quindi il numero dei passaggi può essere ridotto al minimo, conservando comunque un buon impatto visivo.
Gli smalti hanno tempo di asciugatura abbastanza rapido e ciò permette di applicare vari passaggi senza impazzire. Per ombreggiature e lumeggiature sono invece adatti i colori ad olio. Partiamo dal viso, il settore indubbiamente più impegnativo. La tinta della pelle è imitabile con miscele, più naturali e pratiche dei colori ‘’carne’’ già pronti, che tendono a dare un ‘’effetto porcellino’’, essendo troppo rosa. Inoltre, dalle miscele è più agevole partire per avere dei chiaroscuri ‘‘morbidi’’. Una miscela abbastanza realistica può essere preparata con marrone, giallo e bianco, la tinta ottenuta si applica uniformemente, se vogliamo aggiungendo un po’ di marrone rossiccio senza esagerare e fondendo i colori con un pennello morbido. Con poche e semplici applicazioni supereremo molte delle prime difficoltà.
Inizieremo col dipingere sugli occhi due zone bianche – o meglio azzurro molto chiaro – delimitandoli con un pennello sottilissimo nella zona della palpebra superiore, in marrone scuro. Le pupille le dipingeremo in seguito - senza segnare il bordo inferiore degli occhi . che, in 54 mm, sarebbe quasi impercettibile. Essendo per forza di cose un viso abbronzato, almeno non avremo da applicare troppe zone chiare, se non per dare un po’ di rilievo alle canoniche zone come naso, fronte, mento e zigomi, nonché ai bordi delle orecchie, con pennellate piccole s sfumate. Per la camicia, confortati da alcune fotografie a colori stampate decentemente, abbiamo scelto stavolta una dominante giallastra, partendo da almeno due gialli Humbrol (il 94 ed il 154). Ad asciugatura avvenuta, l’unico ripasso è stato quello delle ombreggiature in Terra d’Ombra bruciata ed alcune lumeggiature in giallo chiaro e bianco. Un buon effetto può anche essere quello delle prime in Terra di Siena bruciata e per le seconde solo in Bianco Titanio.
Per i pantaloni, ci affideremo ad una miscela di Humbrol 86 e 76, con ombre in nero o Terra bruciata e lumeggiature in giallo e bianco.
Stessa partenza per l’elmetto e le fasce gambiere, solo che per il primo abbiamo applicato meno scoloritura e per le seconde un po’ di più.
Gli scarponcini vanno in marrone, con una patina scura che simulerà il logorio.
La cassa abbandonata sulla semplice basetta proviene dall’ampio repertorio del buon Verlinden. Anche stavolta, invece di usare un qualsiasi ‘’color legno’’ che risulterebbe stonato, è stato meglio aver mescolato marrone e bianco sino ad ottenere una buona tinta chiara, poi ripassata con una velatura ad acquerello marrone.

Andrea e Antonio TALLILLO


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AGGIORNATO IL 10.06.2017

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