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AGGIORNATO IL 7.11.2015

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 UN FIGURINO DI UFFICIALE GIAPPONESE DEL 1942 Riduci

UN FIGURINO DI
UFFICIALE GIAPPONESE DEL 1942


di Andrea e Antonio TALLILLO


L’offensiva del riso, Cina estate 1942.

All’inizio del 1942, il Giappone occupava con un esercito di 25 divisioni il 14% della superficie della Cina propriamente detta, controllando 177 milioni di abitanti, gli sbocchi marittimi ed il corso dei due maggiori fiumi navigabili (il Fiume Giallo ed il Fiume Azzurro). Neanche questa situazione distolse le fazioni cinesi dalle loro lotte interne e per i nazionalisti di Chang Kai Shek i reparti giapponesi erano “una malattie della pelle”.
Però, la costosa guerra-lampo era finita da tempo e con l’assillo della guerriglia nelle retrovie e la resistenza alla sua avanzata che si manteneva abbastanza decisa, il Giappone si convinse che, per vincere, doveva sviluppare un vasto accerchiamento, interrompendo i collegamenti della Cina col mondo esterno.
Nonostante tutto, gli enormi spazi cinesi assorbivano quantità enormi di materiale e di risorse umane. Una guerra cominciata virtualmente nel settembre 1931 a Mukden, nella Manciuria meridionale, con un esercito giapponese troppo forte per l’antiquata organizzazione militare cinese, continuava ormai con offensive di second’ordine, organizzate per esercitare nuove unità e per impossessarsi dei raccolti di riso. Più di 600.000 soldati del Mikado combattevano ormai da tempo molto lontano dalle loro basi, ingolfati in una campagna che nessuno a Tokyo aveva previsto così logorante.
Solo nel dicembre 1943, infatti, i cinesi riusciranno a respingere una di queste ‘offensive del riso nella battaglia di Changteh, con l’appoggio americano.

L’uniforme Tipo 98 tropicale

Era prevedibile che alcune delle campagne che attendevano l’Esercito Imperiale fossero da condurre in ambienti tropicali a clima caldo-umido e già negli anni Trenta si erano preparate uniformi più moderne con questo scopo, sotto forma di una versione estiva della Tipo 90 (che, seguendo il particolare calendario giapponese, corrisponde al 1930).



Anche della successiva Tipo 98, entrata in servizio nel maggio 1938, esisteva una variante estiva, ma alla fine la vera e propria uniforme “tropicale” - usata dall’entrata in guerra - era nella maggior parte dei casi il risultato di una mescolanza di capi di vestiario. Pure il colore e la qualità dei tessuti usati furono soggetti a molte varianti. In questo, considerata la strettissima disciplina in vigore per altri aspetti della vita militare, l’Alto Comando si dimostrò insospettabilmente pragmatico. Non era del resto agevole, per un paese dalle risorse limitate, vestire ed equipaggiare un esercito che assunse proporzioni gigantesche e che era sparso ai quattro venti. Con queste premesse, non resta che descrivere i capi dell’uniforme – riprodotti nel sottostante disegno 1 - usati da un ufficiale nipponico nel 1942, che andavano a comporre la tenuta tropicale, come riprodotti dal figurino che poi illustreremo, anche per usare proficuamente lo spazio a disposizione e non divergere troppo dall’argomento.



La bustina con visiera (1), introdotta nel 1933, era in lana marrone di buona qualità, nel senso che manteneva la sua forma più a lungo anche per la presenza di cuciture concentriche nella visiera. Era provvista di soggolo in cuoio marrone con fibbietta, fissato da bottoni dorati e di occhielli d’aerazione per lato. Sul bordo posteriore era munita di occhielli per applicarvi quattro strisce di tela per riparare la nuca dal sole. L’unico distintivo era l’emblema dell’Esercito, una stella gialla a cinque punte, di stoffa, portata anteriormente su sfondo di tessuto kaki circolare o pentagonale.
Al posto della giacca, s’indossava la sola camicia (2), che era in cotone dal colore quanto mai vario, dal kaki sabbia al marrone chiaro o verdastro chiaro, di taglio abbastanza ampio e con fessure per la ventilazione su ogni lato chiuse da bottone, a collo aperto, con maniche corte e con una tasca sulla sinistra, a toppa con patte dritte o a punta e bottoni di materiale plastico marrone o verde. Le mostrine coi distintivi di grado erano portate sui baveri oppure, con l’andar del tempo, una sola mostrina sul petto, a destra.
I pantaloni (3), finché fu possibile, erano alla cavallerizza, con una tasca anche sul retro e stretti alle caviglie da bottoni o lacci, con passanti per la cintura e a volte pure con bottoni per applicarvi le bretelle, portate incrociate sul dorso (3A). I pantaloni erano aggiustabili per mezzo di una martingala in tessuto. Gli stivali (4) erano abbastanza alti ed in cuoio marrone rossiccio chiaro nella maggior parte dei casi.
L’equipaggiamento prevedeva una buona serie di elementi, quasi tutti d’acquisizione personale e in cuoio marrone rossiccio fino al 1943, quando sarà anch’esso soggetto a profonde trasformazioni, diventando in canapa gommata verdastra o persino in cotone pluristrato. Il corredo di base era in genere composto da cinturone (5), cartellina porta mappe (6), custodia per binocolo (8), borraccia (9), fondina per pistola (7) e spada, senza un ordine molto preciso su come portare i vari elementi, l’unica costante sembra quella del porta mappe a destra mentre la fondina per pistola, se non c’era spazio, era portata sul dorso.
Il cinturone era abbastanza convenzionale nell’aspetto, spiccavano la parte in canapa che s’univa alla fibbia a due rostri ed il pendaglio che andava unito al fodero della spada con un gancio. I porta mappe erano di più tipi con forme semplici o più elaborate nei dettagli e, molte volte, la conformazione della cucitura della cinghietta per chiuderli formava una stella a 5 punte. Quello del figurino è dei meno elaborati, del tipo a patta più profonda.
Le fondine per pistola Nambu – la famosa Tipo 14 cal 8 - erano di forme larghe e tozze, con profonde patte bombate e, a volte, con piccole tasche sporgenti per attrezzi di pulizia o un caricatore di riserva. Erano portate sulla destra, per mezzo di lunghe e strette tracolle o fissate al cinturone per mezzo di un passante posteriore. In una custodia a bauletto, era portato il binocolo, circondato quasi dalla sua tracolla. Le borracce degli ufficiali erano di migliore qualità di quelle da truppa, realizzate meno rozzamente, con bicchierino a tronco di cono in alluminio, avvitato, e fodera in tessuto kaki verdastro chiusa con bottoni.



Quasi unici, crediamo, tra i vari ufficiali belligeranti, quelli giapponesi portavano al fianco anche in combattimento le spade, che sapevano usare, se non altro perché dal 1939 era stata resa obbligatoria la pratica del kendo in tutti i tipi di scuola. Reintrodotte tra il 1934 ed il 1937, erano simili in molti particolari a quelle dei leggendari samurai. Le impugnature erano in legno (10), rivestito in pelle di razza o squalo, attorno alla quale veniva avvolto un robusto nastro di seta – in genere marrone – con una tipica legatura, che assicurava una buona presa. Il semplice paramano era in fusione d’ottone, mentre il bordo di rinforzo inferiore e il pomolo erano in ottone dorato.
Il fodero era in legno laccato in marrone, con bordi di rinforzo superiore e inferiore in ottone dorato. Un anello a “D”, applicato al pomello, portava una dragona in cuoio marrone con fiocchetto, composto da cordoncini intrecciati che indicavano il grado – per gli ufficiali inferiori erano marrone e blu, oppure un nastro di seta bruna a righe blu, che finiva con una nappina blu.



I distintivi di grado erano delle mostrine (11), grandi 40 x 18 mm inizialmente e poi più piccole, in tessuto rosso con tre nastrini gialli cuciti; su quello centrale erano stampate stellette argentate. Dal 1941, in teoria doveva esser portato sotto un nastrino nel colore dell’arma, che però risulta raramente usato. Le mostrine (12) erano collocate sul bavero della camicia o, più spesso, ne era portata una sola o neanche quella, perché la spada indicava già comunque un comandante. Il gallone a “W” invertita (13), in tessuto nel colore dell’arma – rosso per la fanteria - era portato molto raramente sulle camicie, perché interferiva con la mostrina e il suo uso sembra riservato solo – e non sempre – alle uniformi di panno.

Il figurino in 54 mm.

Per caso, tempo fa , nello scatolone di “offerte speciali” di un negozio, abbiamo trovato i leoni in resina della Kirin, rappresentanti quelli in pietra usati in Cina a mò di guardiani, all’esterno di edifici o templi e, sapendo che prima o poi avremmo avuto modo d’impiegarli in una qualche scenetta, li abbiamo presi mettendoli poi nel “magazzino”. Ci sono tornati in mente quando la Osprey ha prodotto ben due libri sull’esercito giapponese dal 1931 al 1945, aiutandoci a colmare una lacuna e stimolando chi volesse ricordare anche questo esercito, di solito dimenticatissimo dal grosso dei modellisti.



Nella banca dei figurini, è bastato recuperarne uno vecchio della Taxdir spagnola in metallo bianco, che riproduce un ufficiale giapponese in tenuta tropicale. Si presenta realizzato bene, tenendo conto dell’aspetto basso e tarchiato del giapponese medio di allora – non è razzismo ma una constatazione – e con una posa statica ma gradevole, appoggiato ad un tronchetto. Per avere una marcia in più è bastato abbinargli mentalmente la lunga guerra con la Cina, facendo tornare utile con un po’ d’inventiva, uno dei leoni di cui sopra, immaginando l’ufficiale sotto, vicino ad un tempio abbandonato.
Il leone presenta alcune bave di stampo e qui la resina è di quella di vecchio tipo, dura ma abbastanza lavorabile, con una fresetta montata su trapano: oltre a togliere ogni imperfezione si può aumentare l’effetto pietra della statua; è questo un lavoretto da fare con cura e con calma. Abbiamo inserito poi tre perni – bastano dei chiodini - nelle zampe e il leone è pronto da montare su di un basamento. Infatti, si è voluto elevare il leone per creare più pathos, questo implica un po’ più di pianificazione, scegliendo una basetta quadrata abbastanza grande, da 12 x 12 cm, e calcolando due gradoni in pietra nel terreno, un primo basamento ed uno più alto che è la vera e propria base.
Ci siamo poi procurati dei pezzetti di legno, uno di panforte e uno di traversino, da fissare alla basetta con chiodini da quadro e far diventare pietra usando una mano leggera di Das bianco su tutta la superficie, levando la porosità superficiale del legno.
Una settimana dopo, si può stendere una mano più consistente con una spatolina, con l’accorgimento di tirare bene la superficie per dare un aspetto lineare al basamento. Mentre il Das si asciugava, con della carta vetrata a grana grossa o con uno spazzolino da denti a setole dure abbiamo picchiettato tutta la superficie per dare un aspetto rugoso alle pietre. A materiale quasi asciutto, con un bulino o con una matita, va tracciato il contorno delle pietre, cercando di non avere un disegno troppo regolare ma a grandi e piccole zone e procedendo sino a terra, al pavimento dell’entrata. Abbiamo lavorato le pietre con le fresette per “rovinarle” un po’, con l’aiuto di un vecchio taglierino si potranno anche realizzare fenditure e pietre spezzate. Per ultimo, abbiamo passato una leggera coltre di gesso liquido su tutta la struttura, prima di unirla alla base con la colla bi-componente. Dopo pochi minuti abbiamo inserito i due gradoni, che sono in realtà due gessetti opportunamente scavati e lisciati con carta vetrata. Abbiamo raccordato il tutto con il Das e per ridurre i tempi d’asciugatura abbiamo adoperato un phon o si potrebbe addirittura… infornare il pezzo per qualche minuto.



Ad aerografo, in modo da avere una finitura omogenea, si è steso poi un color grigio medio su tutta la base di supporto al leone e su quest’ultimo. Dove lo abbiamo inserito, si è eseguito un ritocco applicando nelle fessure e sulle pietre un lavaggio di colore ad olio nero e marrone. Per il leone l’invecchiamento è stato un drybrushing con grigio e bianco, con acquerelli extra-fini ed un successivo lavaggio di nero ad olio, con punte di rosso e verde.
Abbiamo infine pulito il figurino dai pochi segni di stampo e forato il piede sinistro inserendo uno spillo d’acciaio che ci ha permesso di fissarlo ad una base temporanea per maneggiarlo più agevolmente. Non ci sono stati altri interventi perché, in tal modo, tutto era già pronto. In compenso ci siamo divertiti a verniciare, in presenza di un’uniforme semplice e senza molti fregi ma quasi sconcertante per la diversità nel taglio e nel colore, secondo le disponibilità locali. Infatti, anche visivamente, ogni elemento ha colori diversi, partendo dalla bustina a visiera, in marrone chiaro, lumeggiato in sabbia e bianco, con pezzuole del paranuca più chiare, camicia in sabbia chiaro con una punta di giallo e pantaloni simili ma più scuriti con una punta di verde. Gli stivali sono in cuoio chiaro mentre l’equipaggiamento in cuoio naturale. Si possono usare colori a smalto - per l’incarnato ogni modellista ha la sua miscela ed i suoi piccoli segreti - l’importante è che il viso sia poi realistico date certe premesse.
Sempre con gli acquerelli si può usare un drybrushing molto leggero per schiarire l’uniforme, coi colori ad olio – nero e terra di siena – si può, ad esempio, invecchiare il cuoio della buffetteria. Attendendo l’asciugatura del figurino, torniamo alla base ed a quanto ci serve per completare la scenetta. Durante il corso dell’anno, in varie occasioni, il modellista previdente raccoglie un po’ di tutto – dalle radici alla foglioline da the, licheni e muschio nonché foglie di mimose. Per la nostra scenetta, abbiamo usato un po’ di tutto, inserendolo con una miscela di sabbia, hidrozell, vinavil e marrone acrilico e, con delle gocce di cianoacrilato, abbiamo “tirato” dal terreno al basamento alcune radici, che simulano le piante rampicanti. Il tempo passato ad innestare alla base gli elementi vegetali non è certamente “perso”, vedrete che ne varrà la pena. La colla bi-componente ci verrà in aiuto per poter posizionare i vari pezzi e poterli anche muovere un po’, almeno per qualche tempo. Poi, con varie tonalità di verde ad acquerello, abbiamo ritoccato le foglie e i licheni che erano troppo “secchi”.
Tutta la base è stata lumeggiata con acquerelli, usando varie tonalità di ocra, bianco e grigio chiaro. Una ciotola di riso (probabilmente un’offerta) ed un orcio abbandonato, pieno d’acqua piovana, sono gli unici altri elementi, la ciotola è stata dipinta in bianco sporco lucido, col riso bianco più opaco, l’orcio in un colore che simula il più possibile la terracotta. Una finezza è stata versarvi dentro un po’ di colla bi-componente e qualche goccia di verde marcio ad olio, per dare l’idea di acqua ferma da tempo.
Il figurino è stato inserito nella penultima fase: è stato sufficiente forare il pavimento nei punti giusti e lo spillo ha fatto il suo dovere. La posa del resto era già rilassata ed è bastato usare il minimo di cianoacrilato anche sulla schiena per avere una unione solida, col piede destro appoggiato dentro ad una fessura del monumento. Un’aggiunta che ci siamo permessi è stata quella dell’immancabile spada, in plastica, reperita nella banca dei pezzi e dotata del cordellino blu.

BIBLIOGRAFIA

- Japanese Army of World War II, Osprey men at Arms, Series 1973
- Uniformi da combattimento e distintivi della seconda guerra mondiale, Albertelli 1979
- Imperial Japanese Army and Navy Uniforms & Equipment, Arms and Armour Press 1987
- Japanese Military Uniforms 1930-1945, Dai Nihon Kaiga 1991
- The Japanese Army 1931-1945, Men at Arms 362 e 369, Osprey Publishing 2002


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